Assistenti di volo 2.0

Quando scrivo un nuovo articolo di solito parto con un’idea generale, mi infilo gli occhiali ed inizio a scrivere. Non ho un filo logico nella stesura, se non quello di seguire il cuore.

Oggi il sentimento che mi porta a scrivere però è la rabbia.

Sono arrabbiata perché forse i cambiamenti moderni dell’aviazione deludono sempre le mie aspettative da sognatrice.

Vivere senza aspettative nel presente è una buona soluzione per rimanere sereni, tuttavia ritengo giusto seguire il flusso delle sensazioni e portarlo alla luce.

Siamo diventati la generazione precaria, che appoggia il sedere su uno strapuntino per sei mesi e poi barcolla nel vuoto, sogna di cambiare e fa fatica a cambiare.

Perché ci sono da inviare i CV, ci sono le selezioni e c’è chi -come me- si è pure rotto le palle di fare i giochi di gruppo.

Dai! Anni in cielo, migliaia di giornate spese percorrendo quel corridoio, decine di calze rotte, mille sveglie all’alba, troppe delusioni, tante foto del tramonto in volo.

Dunque ti ritrovi a fare queste prove di gruppo dicevo, dove ti senti un cretino totale e ti domandi quale stupido criterio utilizzino poi per valutarti.

Che poi sono arrabbiata perché dopo tutto ‘sto processo selettivo massacrante, ti arriva in aereo gente che non capisci bene cosa ci sia finita a fare su un aeroplano.

Chi se lo ricorda il lungo raggio quando non c’era Facebook?

Io me lo ricordo bene.

Mi ricordo bene quando ho attraversato l’atlantico la prima volta e sotto pareva tutto così ripetitivo, quell’acqua apparentemente calma dell’oceano, quando sudavo nel galley con la testa nei forni e tutti mi facevano domande, tutti mi esaminavano, tutti mi facevano capire che se volevo rimanere col mio sedere su quel maledetto strapuntino vista cesso, me lo dovevo guadagnare.

Una volta mi hanno messo a pulire i bicchieri di vetro della business in bagno col sapone perché non ne avevano imbarcati a sufficienza.

Dopo un’ora passata da sguattera chiusa in quel lavatory con le lacrime, il capo cabina nemmeno mi disse grazie.

Lo ricordo con un pugno nello stomaco e la voglia di piangere, e piangere, e piangere.

Lo ricordo mentre si passava una settimana in qualche isola mentre non ti chiamavano nemmeno per nome. Eri un allievo NC e muto. Oggi invece ti arriva l’attestato da assistente di volo e… non hai mai volato! Geniale!

Quindi alla fine essere chiamato per nome era una vittoria.

Perché avere in carico una porta dovevi meritartelo fino nelle viscere.

Oggi si fanno i selfie con scritto #cabincrewlife dopo un giorno di volo, ma se gli chiedi cos’è un go around sbiancano.

Non lo sanno.

Dov’è il carburante? Boh.

Come vola un aereo? Boh.

Mescolare due procedure? File not found.

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Siamo la generazione del contouring per sembrare più fighe, la generazione dell’autocelebrazione, il popolo navigante della mediocrità.

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Ci lasciamo giostrare da uffici turni al limite del massacro, paghiamo volentieri il parcheggio in aeroporto e stiamo zitti.

Ci va bene in linea di massima.

La generazione che sa le procedure a memoria tanto per scamparla al briefing e che non valuta il peso della realtà però si sa atteggiare a colpi di likes.

Siamo quelli che fanno 4 tratte giornaliere senza fermarsi mai, che passano pochi minuti a incrociare le cinture e prendono un filo d’aria -se riescono- fuori dalla porta prima di ricominciare un imbarco e non vedono mai un hotel.

Che se lo vedono è perché qualcosa non è andato secondo i piani e te lo fanno passare come la grande vacanza del secolo.

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Siamo la generazione dei panini riscaldati, la generazione del caffè solubile, la generazione dei surrogati.

C’è chi rimpiange ma c’è anche chi domanda.

A me chiedono com’era lavorare una volta, manco avessi 60 anni.

Eppure mi rendo conto che in effetti in tutti questi anni qualcosa sì, qualcosa di diverso c’è.

E forse non è poi tutto questo problema gigante il catering di plastica, la cabina sporca e i trolley che non frenano.

Forse il problema sta nel cervello delle persone che si affacciano in questo mondo per la prima volta, che da un lato arrivano a bordo senza avere un’idea precisa di cosa siano lì a fare, dall’altra è stata l’aviazione stessa -leggasi compagnie aeree- a permettere questo.

A me… a me che piace l’alba, a me che piace guardare le nuvole, pensare di non avere nulla sotto i piedi, guardarmi in cabina mentre l’aereo vira e io non scivolo mai a destra o a sinistra, quel miracolo che è la fisica.

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A me… che è ancora tutta magia, a me che ci sono arrivata qui con tante mazzate nei denti, che ho cambiato mille basi, mille contratti, mille delusioni, c’è chi arriva e siede il trono pensando di poter governare il mondo.

Ti rispondono anche male.

La mia non è invidia, la mia è rabbia, perché così facendo gettiamo fango su una professione che abbiamo tenuto segretamente magica per anni.

A tutti brillano gli occhi sentendoci dire che siamo assistenti di volo, ma mai a nessuno vorremmo raccontare che facciamo uno dei lavori che hanno quell’equilibrio di sforzo fisico, mentale ed emotivo che portano alla fatica più estrema.

Non lo sanno, pare tutto figo, arrivano i nuovi, vengono centrifugati per tre settimane in una scuola di “volo” ed eccoli qui.

Quelli che ti armano le porte con le scale fuori, quelli che flirtano con i piloti durante i voli di rilascio, quelli che se gli urli dietro poi sei tu la stronza.

Una volta non funzionava così il gioco.

Una volta ci facevano piegare letteralmente, si e no avevamo un cellulare che quando eravamo all’estero ci permetteva di mandare un paio di sms quindi facevamo i conti con la solitudine, non ce la tiravamo su Facebook e uscivamo a scoprire il mondo: gli animali dell’Africa, le notti in qualche villaggio, le cene a base di pollo all’Avana con i gatti tra i piedi, le havaianas importate: ce la vivevamo tutta. Le compagnie aeree ci davano delle soste degne di essere chiamate soste, oggi tanti stanno fermi 24 ore di layover e poi ripartono come se nulla fosse. Dall’altra parte del mondo. Devo ancora scoprire come ce la possono fare senza svenire.

Oggi è tutto così routine, oggi alcuni sono a bordo perché forse solo fa figo sentirsi a bordo, io non lo so.

Io lo chiedo sempre quando iniziano.

Perché hai scelto questo lavoro?

“Perché me lo ha detto mio padre”

Ah! mi sale il crimine!

Io l’avevo scelto perché era tutto grigio quando facevo l’impiegata, perché mi sentivo soffocare, perché avevo bisogno di sfamare i miei occhi con nuovi orizzonti, avevo fame di diversità, avevo sete di vita. La volevo tutta.

E volevo gli aeroplani.

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Volevo la loro potenza, la loro eleganza, il loro fascino, il pericolo e la sfida quotidiana del “potrebbe essere l’ultima volta”, volevo attaccarmi alle loro ali e sentirmi protetta in quel ventre materno a forma cilindrica.

Avete mai notato che invece oggi in qualche compagnia aerea rinomata, durante i video introduttivi dei giorni di selezione concentrano tutto su il prestigio della compagnia aerea, i presunti benefits di questo lavoro, i luoghi dove si verrà basati e non si vede mai qualche cosa che possa minimamente assomigliare a un galley, a un aereo o alla realtà dei fatti?

Sembrano più video creati da tour operator per mandare la gente in vacanza, fateci caso.

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Perché, come dicevo prima, si mantiene segreta la realtà dei fatti, e di conseguenza arrivano tutti i villeggianti che non vedono l’ora di indossare l’uniforme ma, come dicevo, si perdono un po’.

Vorrei che la nuova generazione capisse che prima di farsi crisi esistenziali sui tatuaggi (a proposito: ricordo a tutti che si possono togliere, non c’è bisogno di rinunciare al lavoro!) o prima di farsi problemi random, tipo  “so nuotare a dorso!”, “non so per l’altezza!”, “non so per le lingue!” (…) chiedetevi che caspita ci volete andare a fare su un aereo.

Se è perché poi potete sentirvi fighi, lasciate perdere.

Se è per i followers su IG lasciate perdere, se è per viaggiare lasciate perdere (si viaggia meglio per conto proprio che con i crew fidatevi), se è perché si ama il lavoro a contatto con le persone cambierete idea dopo un mese quindi lasciate perdere, se è per soldi lasciate perdere, se è perché vi va di provare “tanto per”:lasciate perdere.

Fatelo se vedere un aereo che decolla vi fa venire i brividi.

Fatelo se vedere il sole che gioca nelle nuvole vi commuove.

Fatelo se volete lavorare divertendovi e se cercate un lavoro dove il tempo vi vola via.

Fatelo se cercate la flessibilità.

Fatelo se credete che sia un lavoro potenzialmente rischioso e se davvero avrete le palle di affrontare un’emergenza.

Fatelo se avete una buona dose di common sense, problem solving e siete smart.

Ripeto:

common sense.

problem solving.

smart.

Non smartphone. Smart. Gente sveglia.

Poi ci sarà tempo di fare foto, ci sarà tempo per radio galley, ci sarà tempo per anche una storia d’amore, che in cielo noi ci innamoriamo sempre.

Ma prima trovate il tempo di coltivare in voi la vera natura dell’assistente di volo.

Una natura che profuma di eleganza, trasuda sicurezza, sa ancora di vera libertà.

Abbiamo bisogno di questo in aviazione.

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maditerraodivolo

Ciao, sono Giulietta!
Assistente di Volo, Blogger e Travel Vlogger, amo scrivere della mia professione, aiutare le persone a far decollare la propria carriera come Assistente di Volo e creo video delle mie avventure di viaggio.
Amo la Thailandia, i gatti e collezionare momenti di vita incredibili!

6 Comments
  1. Cara Giulietta, benvenuta nel 2016! Se non te ne fossi accorta tutto il mondo del lavoro sta accettando pesanti compromessi al ribasso. Ti dirò di più. Gran parte della colpa è proprio nostra. Nella mia ventennale esperienza nel campo dell’aviazione civile ti potrei raccontare di decine di colleghi, responsabili a vario titolo, che hanno sempre fatto i propri interessi a scapito della categoria. Tra questi diversi leggono il tuo blog, mettendo anche “Mi Piace”, pensa te! Per anni si sono fatti gli stracazzacci loro per fare carriera quando a bordo erano solo in grado di contare Coca Cole!! Come mai in altri paesi europei, Francia o Germania, certe cose non avvengono e anzi scendono a milioni in piazza contro il job’s act? Perché l’Italia è un paese di guitti e di meschini sempre pronti a dare il fianco (per non dire altro) al potente di turno in barba ai diritti della collettività..Scusate lo sfogo ma non ce la faccio più a sentire questi discorsi che la colpa sarebbe dei giovani ecc… LA COLPA È NOSTRA PERCHÉ ABBIAMO PERMESSO TUTTO CIÒ!

  2. 16 anni di volo…16 anni e poi me ne sono andata! Ho riposto le mie ali perché non servivano più allo scopo. Ero come quegli uccellini in gabbia a cui hanno spuntato le ali e non ce la si fa a saper volare e doversi arrendere a stare semplicemente appesi al soffitto. Quindi ti capisco. Capisco ogni singola parola credimi anche la storia dei bicchieri e mi fa sorridere perché alla fine quei ricordi ci accomunano tutti e nonostante fosse un incubo ora è un distintivo di eccellenza (almeno per noi). Ora vado, ho un tuffo da fare nella mia nuova vita ma grazie per questo articolo, è uno sfogo che avevo anche io in fondo al cuore !

  3. blockquote, div.yahoo_quoted { margin-left: 0 !important; border-left:1px #715FFA solid !important; padding-left:1ex !important; background-color:white !important; } Carissima, ti seguo da un po’ di tempo e devo dire che mi diverti molti oltre a condividere con te tutto o quasi quelli che scrivi.Ormai sono una “vecchietta” ma mi ricordo con enorme piacere i miei anni passati in volo.Ho iniziato nel lontano 1974 con questo lavoro ( l’epoca delle cariatidi tipo la famosa Signora Pelacani che terrorizzò’ per anni gli allievi come me)ma per fortuna le ero “quasi” simpatica e si limitò’ solo a chiamarmi “crucca” senza altri inconvenienti che riservo’ a molti. Ho molto amato il mio lavoro è certamente ho potuto godere degli anni più belli della storia dell’Alitalia,con soste favolose e dei stipendi niente male.Certo, vedere le ” colleghe ” oggi è le condizioni lavorative devo dire che sono stata molto fortunata e penso con molto affetto ai miei colleghi di allora .Continua a divertirmi con i tuoi racconti che qualche volta mi suscitano un po’ di invidia,  ma in fondo essere una ” vecchia ex assistente di volo”mi fa stare bene.con affetto Birgit Kleffken Zammit

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