Giovanotto, ti insegno io a non aver paura! I racconti di Francesco

«Informiamo i signori passeggeri che tra poco atterreremo. Vi preghiamo di mantenere le cinture allacciate, di porre il sedile in posizione verticale, di controllare la chiusura del tavolino di fronte a voi…»

Sono passati già diversi minuti dopo l’annuncio che indica l’arrivo ormai prossimo all’aeroporto di destinazione. Nonostante questa volta sia seduto al centro fra due sedili (posto B), dal finestrino si scorgono distintamente le case, le automobili piccoline che vanno in mille direzioni come formiche alla frenetica ricerca di provviste per l’inverno…Insomma, davvero è questione di poco e sentiremo il bump delle ruote che toccano l’asfalto della pista. E invece…

A plane landing

Invece è un attimo, un frammento di istante…si sentono i motori urlare all’improvviso e una spinta vigorosa e inaspettata riporta l’aereo in cabrata, ovvero con il muso all’insù, a riguadagnare rapidamente quota, ad allontanarsi velocemente dalla pista ormai vicina come per sfuggire a un gigantesco mostro che stava per afferrarlo fra le sue mani! Istintivamente porto la mano contro il poggiatesta dello schienale che ho davanti a me e in quell’attimo, fulmineo, il ragazzone dai capelli rasati alla mia destra afferra impaurito il mio avambraccio. Sento la sua stretta forte, piena di sbigottimento, tipica di chi cerca una rassicurazione alla quale aggrapparsi e trova invece l’avambraccio del passeggero a fianco. L’aereo sale e lui non molla, sembra quasi impietrito, io non mostro alcun segno di fastidio nonostante la situazione di pittorico imbarazzo. È chiaro che ha paura, del resto siamo stati tutti colti di sorpresa dalla repentina manovra di cui non conosciamo il perché. Mi sento in dovere di fare qualcosa per tranquillizzarlo e con tono basso e rassicurante dico «Questa si chiama riattaccata. Adesso ci spiegheranno certamente per quale motivo non è stato possibile atterrare.»

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comunque chiudete quelle cappelliere! – Giulietta-

La riattaccata – mi permetto di dirlo benché fra i lettori di “Ma di terra o di volo” c’è gente ben più competente di me in materia – è la manovra eseguita dai piloti per riprendere velocemente quota quando si rende improvvisamente impossibile o pericoloso atterrare nonostante ci si trovi ormai a poca distanza dalla pista. Come se si trattasse di un…decollo in fase di atterraggio (mi esprimo in termini inadeguati, ma – spero – efficaci).

Lui, il palestrato con indosso un giubbotto di cuoio da “uomo che non deve chiedere mai”, si gira lentamente verso di me, mi guarda e sussurra «Ma allora lei se ne intende. Lei è un pilota?»

«No» gli rispondo con la doverosa intenzione di smontare qualunque forma di immeritata ammirazione nei miei confronti «semplicemente mi piace tenermi un po’ informato sull’aeronautica leggendo saltuariamente riviste e pagine web.»

Finalmente molla la presa sul mio avambraccio.

Gli dico che evidentemente si è verificato un evento per cui all’ultimo momento non è stato più possibile atterrare e che certamente di lì a breve sapremo cosa è accaduto. Aggiungo che si tratta di una pratica poco frequente ma tutt’altro che anomala. Lui sorride, si sente più sereno, mi dice che “è bello sapere queste cose”. Voglio incoraggiarlo e gli rispondo che un pomeriggio passato su Internet dà già un’idea di massima su alcune operazioni di volo. Evidentemente mi è grato per l’opera di rasserenamento compiuta a suo favore e per questo si sente portato a rendermi partecipe di una confidenza. Guardando verso fuori, dandomi quindi un po’ le spalle ma rivolgendosi comunque a me, mormora «Un po’ mi vergogno…perché sono appena entrato in aeronautica militare!»

Ho un sussulto di stupore dentro me, ma è chiaro che all’esterno rimango impassibile e anzi gli offro un sorriso a cui aggiungo che non c’è niente di strano a provare paura per qualcosa che accade all’improvviso e che neppure si conosce. Mi guarda compiaciuto.

Nel frattempo il comandante, con termini chiari e voce confortante, spiega che l’improvvisa formazione di un banco di nebbia sulla pista ha reso impossibile completare l’atterraggio. Ci stiamo dirigendo verso un altro aeroporto, distante circa un centinaio di chilometri.

È in quel momento che incrocio lo sguardo della vecchina a fianco a me – lo so sembra la scena di un film ma è tutto vero – dagli occhiali insolitamente spessi e dall’età certamente non inferiore agli ottant’anni, mi guarda tutta sorridente e vivace, per nulla intimorita o a disagio, e mi fa: «Ah, ecco perché siamo saliti di nuovo…Ci portano da un’altra parte!»

Dutch grandma Ria takes a shot of the views using her Vodafone unaxone tablet, during her first-ever flight, made possible by Vodafone Firsts

Per età ed emozioni mi sento proprio seduto fra due poli opposti…

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