La rabbia e il sorriso. I racconti di Francesco

Lo chiarisco immediatamente: la quasi totalità degli aerei su cui ho preso posto è partita in perfetto orario. Se diversi miei racconti – compreso questo – sono incentrati attorno a ritardi di svariate ore è perché proprio in questi contesti si assiste a situazioni bizzarre che moltiplicano gli spunti aneddotici e rendono più facile costruirvi un episodio da proporre su “Ma di terra o di volo”.

È una sera d’estate, il personale aeroportuale si prepara lentamente all’avvio delle procedure d’imbarco mentre dalle grandi vetrate dell’aerostazione si vede atterrare l’aereo che a breve ci accoglierà a bordo per portarci a destinazione. A volte si pensa che il velivolo sul quale stiamo prendendo posto sia lì unicamente per noi, ad attenderci come l’auto parcheggiata nel garage di casa, in esclusiva disposizione delle nostre mete; e invece è un continuo travaso di gente che sale e che scende, che vola ed atterra, che si disperde e si riunisce attraverso mille rivoli di vita, di storie, di pensieri, di emozioni che intersecano un caleidoscopio di paesi, lingue, usanze.

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Ma torniamo a noi, a noi che abbiamo visto giungere l’aereo alla piazzola di parcheggio e siamo in fila pronti a lasciarci ingoiare dal finger, il tunnel che conduce direttamente nella cabina dell’aereo. Tutti con il manico del trolley da una parte e la carta d’imbarco dall’altra e in un batter d’occhi…il grande monitor sopra le nostre teste aggiorna, gelido ed impassibile, l’orario di partenza spostandolo in avanti di due ore! Due ore di ritardo comunicate così, con una riga luminosa che cambia un paio di numeri, quando tutti noi ci sentivamo praticamente già a bordo. La situazione genera un immediato nervosismo, sia perché non se ne comprende il motivo (l’aereo è a pochi metri da noi), sia perché il volo è di quelli in cui una buona metà dei passeggeri salirà per poi riversarsi su un altro aereo con cui giungere alla destinazione finale. Il rischio di perdere la cosiddetta coincidenza è alto per tutti e, data l’ora tarda, non è allettante pensare di mandare all’aria gli impegni programmati per la sera stessa o per il primo mattino del giorno seguente.

Pochi minuti dopo giunge la spiegazione dell’inconveniente: in fase di atterraggio alcuni uccelli sono finiti dentro i motori dell’aereo e adesso occorre procedere con una serie di controlli tecnici ed operazioni di verifica per deliberare l’idoneità del velivolo a ritornare in quota. È il fenomeno che in gergo aeronautico è noto come bird-strike, dizione con la quale si identifica l’impatto di uno o più pennuti con le turbine di un jet. A volte può causare esiti drammatici e dunque c’è da porre grande attenzione. Curiosamente, mentre il capannello di utenti che chiedono spiegazioni all’assistente di terra è ben corposo, proprio dal finger sbuca un uomo alto e d’aspetto elegante che indossa una divisa blu caratterizzata da decorazioni in colore oro. È il comandante dell’aereo, proprio dell’aereo che ha impattato contro gli uccelli e a bordo del quale tutti noi attendiamo di salire. Si presenta all’assistente di terra e, capito di chi si tratta, tanti passeggeri gli chiedono notizie sul problema e sulla durata dell’intervento. In maniera garbata, risponde che dopo lo scontro con i volatili, gli strumenti non comunicavano alcuna anomalia, ma è chiaro che occorre un’ispezione da parte dello staff tecnico. È davvero un uomo dai modi gentili, che dialoga serenamente con la folla, ne ascolta le domande, risponde anche a quelle ripetute più volte; sa bene come fronteggiare il nervosismo causato dal ritardo. Pur non avendo alcuna colpa, si scusa più volte per il disagio. Il suo modo di fare è talmente efficace che l’assistente di terra si defila.

In questo contesto spicca rapidamente una donna sui 35 anni. È ai limiti della furia, proprio non accetta che sia accaduto un ritardo. Con tono duro si rivolge al comandante, gli fa notare che ha pagato un biglietto e che sta subendo un disservizio, e che questo non è il modo di trattare una passeggera.

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Il comandante le spiega con maniere gentili quanto accaduto, sottolinea che le verifiche tecniche sono necessarie per la sicurezza di tutti, si scusa ancora una volta e aggiunge all’impaziente signora che potrà comunque manifestare il suo disappunto alla direzione della compagnia. Nel frattempo invita garbatamente la donna a guardare la faccenda con aria più rasserenata. Ma queste parole non hanno effetto: la bionda signora insiste, ripete, spesso si guarda intorno mentre parla, probabilmente a cercare qualcuno che ne sostenga l’irritazione. Dice che lei non ha pagato per avere in cambio questo tipo di servizio, che vuole spiegazioni meno futili (ma francamente io, che sono lì, non comprendo quali altre chiarimenti le occorrano per comprendere quanto accaduto). Un paio di gate più in là si stanno effettuando l’imbarco su un volo la cui destinazione è vicina alla città dove deve recarsi la signora. Immediatamente la donna chiede di prendere posto su quel volo, e si rivolge nuovamente al malcapitato uomo in divisa. Che ovviamente non può fare nulla e che ancora una volta è costretto a spiegare e a fare pure notare che quel volo è operato da tutt’altra compagnia. La bionda vuole evidentemente il suo momento di popolarità, perché ricomincia con il repertorio: è indecente che una passeggera sia soggetta a disagi del genere, che alla fine non c’è mai nessuno che si assume la responsabilità di questi eventi. Il comandante capisce di avere a che fare con chi non ha voglia di ascoltare, si volge indietro, probabilmente desidera imboccare il finger e tornare dentro l’aereo da cui è venuto, ma le porte sono state beffardamente chiuse. La donna inveisce contro la compagnia, la ritiene indegna del prestigio acquisito e si augura che al più presto possa cessare le attività! Il comandante, tuttavia, continua con la sua aria rassicurante, non cede alle evidenti provocazioni, risponde usando il sorriso e la pacatezza. La donna capisce di non aver consensi, di recitare un ruolo goffo e improbabile e ripiega verso il bar continuando a proferire imprecazioni. È a quel punto che preferisco offrire una possibilità di smorzare la tensione a chi si è distinto per educazione e considerazione nei confronti di un passeggero, seppur indisponente. Così mi faccio notare dal comandante accennandogli ad un testo di tecnica aeronautica che ho finito di leggere poche settimane prima. Lui si mostra contento e parliamo delle altre opere scritte dallo stesso autore, la sua espressione diviene più rilassata e ci tratteniamo un po’ a chiacchierare di aerei, piste ed eventi metereologici.

Un’ora e mezza più tardi arriva l’okay all’imbarco. Le verifiche tecniche hanno confermato che ogni parametro rientra perfettamente nei valori previsti per la sicurezza di volo. Due passeggeri, però, verosimilmente impressionati dalla vicenda, rifiutano di partire. Prendiamo posto in aereo, è tardi, si rischia realmente di dover passare la notte presso l’aeroporto “di intermezzo”. Il comandante comunica che farà il possibile per abbreviare il tempo utile a coprire la tratta e che comunque a destinazione si stanno tenendo in riguardo le esigenze dei numerosi passeggeri in transito. Si parte. L’atteggiamento di quella donna ha creato inutile tensione. Durante la tratta penso più volte a quel modo di fare ai limiti dell’offesa, dettato da una forma di espressione che accosto al protagonismo, ad una malcelata voglia di attirare l’attenzione su se stessi. L’aereo tocca terra nel buio punteggiato dalle mille luci della pista, si porta all’area di sosta, inizia lo sbarco dei passeggeri. C’è tanta fretta da parte di chi deve proseguire il viaggio. Il comandante è in piedi sulla soglia della cabina di pilotaggio, rivolge un saluto a tutti, e quando sono io ad essergli davanti mi stringe affettuosamente la mano allargando un sorriso ed esprimendomi un grazie che avverto pieno di significato. Io ricambio contento, devo proprio correre ma quell’attimo merita l’interruzione della fretta, quanto meno per un frammento di istante. Esco dall’aereo, corro nel finger d’uscita al termine del quale uno stuolo di assistenti indirizza velocemente i passeggeri in transito verso le uscite dove gli altri aerei attendono proprio noi. Sono trafelato e al termine di un’insolita sudata mi siedo sulla poltrona del volo che mi porterà a destinazione. Ripenso a quanto ho assistito e mi viene in mente una frase spesso ripetuta a scuola da un mio insegnante: “Non conta vincere cento battaglie; conta invece sconfiggere il nemico senza combattere.»

«Cieli sereni, Comandante.»

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