Perché solamente in bagno?

Un altro piacevole racconto di Francesco, il nostro blogger passeggero che va a zonzo per il mondo e poi ci racconta al suo ritorno qualche simpatico aneddoto! Grazie Francesco!

Lentamente, pian pianino, qualcosa sembra cambiare. Ed è probabile che non sarò più costretto a rimediare dubbie figure chiuso nei bagni dell’aeroporto. Ma prima che la vostra fantasia galoppi verso situazioni irreali o imbarazzanti, è il caso di spiegarvi meglio il motivo per il quale mi è capitato di rimanere ore e ore dentro l’antibagno di un aerostazione!
La colpa è delle prese di corrente. Mi sono infatti sempre chiesto perché negli aeroporti – quanto meno in quelli italiani – sia così difficile trovare una presa di corrente a ragionevole distanza da se stessi. Mi è capitato di percorrere decine e decine di metri tra banchi check-in, metal detector e duty free alla ricerca di tre minuscoli fori allineati in cui infilare la spina del caricatore del cellulare o del portatile, ma tante volte le mie ricerche si sono tramutate in delusioni e una pazienza sottoposta ad impegnativi esami. Estintori, espositori con cartoline per esprimere il grado di soddisfazione dell’aerostazione, poltroncine di forma più o meno bizzarra, sagome per le dimensioni delle valigie…Nella linea dei miei lunghi passi c’è stato tutto questo e molto altro ma nulla che somigliasse a una comune presa di corrente. E così, qualche anno fa, scoprii che i soli luoghi di un aeroporto dov’era possibile “ricaricarsi” erano i servizi igienici!
Mi trovavo in partenza, mancavano pochi minuti alla chiusura del gate e da un momento all’altro il bus interpista sarebbe giunto per portare i passeggeri sotto l’aereo. Si attende, si attende, si attende, non si capisce dove sia finita la navetta. Poi ecco spiegato: sul tabellone degli orari, quello che aveva i “petali” per ciascuna lettera e che faceva fru-fru-fru ad ogni cambio di scritta, compaiono tre ore e mezza di ritardo! Troppe, decisamente troppe perché la modesta carica della batteria del mio cellulare mi garantisca di giungere all’arrivo e poter chiamare. Si può certamente vivere con il telefonino spento per qualche ora, ma a destinazione devo incontrare una persona che non conosco e l’unica possibilità di individuarla è rappresentata proprio dal contatto tramite il cellulare. Non posso contare su un viso da riconoscere né su un luogo convenuto nel quale recarmi: abbiamo stabilito che ci troveremo solo mettendoci d’accordo al telefono subito dopo il mio arrivo. Che faccio? Ho bisogno di…ricaricarmi, devo paradossalmente anch’io approvvigionarmi di corrente. Rifletto sul paradosso (ma neanche poi così tanto paradosso) che ricaricare la batteria del cellulare coincida con una sorta di ricarica di se stessi, se non altro per ciò che riguarda le proprie potenzialità comunicative. Mi sposto, attraverso l’intera sala delle partenze guardando attentamente in basso alla ricerca di una presa di corrente, ma niente…proprio non ce n’è una. È necessario ricaricare questa caspita di batteria. Non posso neanche chiamare adesso la persona che dovrò incontrare e spiegarle il problema aggiungendo una mia descrizione fisica o stabilendo un punto d’incontro all’aeroporto di destinazione: a quest’ora so per certo che i suoi impegni di lavoro non le permetteranno di rispondermi perché tiene il cellulare spento. E inviare un sms significa che lo leggerà quando comunque non potrò avere conferma che ci saremo effettivamente messi d’accordo. Rischio una figuraccia già al primo incontro, e non è certo un bel modo di iniziare!
Giro, giro e rigiro; mi spingo persino a sbirciare nelle postazioni dei gate momentaneamente privi del personale di terra: lì le prese di corrente ci sono ma nessuna di esse è libera, sono tutte occupate per alimentare i terminali video della postazione.

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Fin quando mi viene il colpo di genio: il bagno! Nei servizi igienici posso trovare una presa di corrente, installata non tanto per coloro che vi attaccano il rasoio elettrico per radersi (ma chi caspita lo ha mai fatto?…a me, al massimo, è capitato di farmi la barba in aeroporto con la classica accoppiata schiuma-lametta), bensì per il personale addetto alle pulizie, che probabilmente ha bisogno di collegare aspirapolveri, lucidatrici, utensili per riparazioni. Apro la porta dell’antibagno, in modo forse un po’ troppo garibaldino a giudicare dallo sguardo di un uomo in giacca e cravatta che si sta asciugando le mani, e finalmente il miraggio diventa realtà: c’è una presa di corrente! Inserisco subito la spina del caricabatterie e l’iconcina sul display del cellulare mi dà conferma che il processo di nutrimento è iniziato. Tiro un sospiro di sollievo…Le ore di ritardo del volo sono sufficienti per caricare completamente la batteria. Ma nel frattempo, io, che faccio? Di lasciare incustodito il telefonino non se ne parla proprio. Troppo ghiotta, per chiunque, l’occasione di trovare un cellulare, con tanto di caricatore attaccato, pronto per essere portato via. E quindi? Quindi non ho alternativa: devo rimanere lì, in bagno, a ridosso della porta che continuamente si apre e si chiude, sotto lo sguardo di persone che mi vedono quando entrano e mi ritrovano nel medesimo punto alla conclusione dei loro bisogni. C’è stato persino un tale che è entrato una seconda volta, a distanza di circa mezz’ora dalla prima, e ha manifestato in viso un’espressione di incredulità ritrovandomi ancora lì. E chissà che qualcuno non abbia pensato che ero magari un addetto al rilevamento dei tempi medi di utilizzo dei servizi in aeroporto. Comunque sia, la mia prolungata permanenza nei locali igienici mi ha dato maniera di accorgermi che una buona metà delle persone non si lava le mani dopo aver concluso le attività fisiologiche, e mi è venuto il dubbio che un’ampia parte di quelli che le hanno lavate lo abbia fatto perché, in un modo o nell’altro, si sentiva osservata da me.
In tempi recenti ho notato che qualche presa di corrente – finalmente – si vede in prossimità delle poltroncine di attesa, quindi non solo in prossimità dei recharge-point che via via sono comparsi in diversi aeroporti.
Questo mi tranquillizza per due motivi: innanzitutto può essere comodo avere la corrente elettrica nelle vicinanze e, soprattutto, non dovrò più sostenere gli sguardi imbarazzati e dubbiosi dei tanti passeggeri che adoperano il bagno dell’aeroporto.

Ps: Francesco, dopo aver letto il tuo racconto so cosa regalarti a Natale: un caricatore a forma di water trovato su internet!!! Giulietta

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