Io lavoro per il CREW

Premessa: amo il mio lavoro in maniera viscerale.

Però poi ci sono delle giornate di merda.

Era una calda domenica di giugno e con la combriccola me ne stavo in quel del centro Italia a bere un caffè ai tavolini della piazza sotto il sole, finché mi chiama l’ufficio turni. Mi informano che a breve (due ore) atterra un aereo che letteralmente passa a prendermi per andare a Bergamo. L’indomani avrei fatto da supervisore per un volo deportati! Ma che fortuna!

Seconda premessa: non vi dirò dove lavoro. Non chiedetemi se ero di riserva. In ogni caso non ero di riserva. Quindi non domandatevi “e perché allora sei partita?” e non chiedetemi perché ero in centro Italia. In realtà ero lì per gestire solo il catering di quel volo, poi mi ci hanno messo sopra e il catering me lo sono anche mangiato.

Dopo aver posizionato l’auto alla stazione (pensare sempre alla strategia per il ritorno!) e aver lasciato una valigia in auto di un collega che rientrava a Roma in ufficio, ed essermi infilata le calze a compressione sudando, ed essermi pettinata in modalità “da alla cazzo di cane all’assistente di volo che fa supervisione” ed essermi fatta portare in aeroporto, eccoli che atterrano!

L’aereo è un turboelica che viene dall’est Europa. Conosco quasi tutti gli equipaggi che ci lavorano ma li confondo perché si chiamano tutti allo stesso modo. Però l’ultima volta l’AV era davvero simpatica. Quindi rullano verso di me: sono sempre più fiduciosa ci sia lei! così gentile, sveglia e devo dire anche molto bella. Spengono i motori. Sorrido mentre si apre la porta: ci siamo!

Spunta dalle scalette una mora sulla quarantina passata, capello corto e formosa. Non è l’AV che conosco io. Ha un bel sorriso e se ci passa per la porta dell’aereo, per me è ok! La chiameremo in questa puntata, la signora Fokker.

Il comandante si presenta ed incomincia a parlarmi in un inglese indecifrabile, blaterandomi che ha bisogno delle cartine. Quali? Ti servono le Jeppesen o quelle per fumare? Ah, le Jeppesen! Allora stampiamole. Ma io sono un’assistente di volo, la stampante è dell’ufficio handling e le cartine mi vengono inviate da un collega della mia compagnia. Si blocca tutto, non sono capace, finalmente escono i primi fogli e il copilota esordisce con: “ci servono anche gli alternati!” beh, mi pare giusto! Avete pensato che forse in realtà vi serve un OCC che vi gestisca queste cose?

La foca nel frattempo inizia a preoccuparsi per il catering. La rampa inizia a fare domande “quando partite? quando tornate? carburante?”, Il tizio dell’ufficio inizia ad imprecare: tutti iniziano a far qualcosa tranne me che gioco alla piccola incapace con i file PDF e il bottone stampa. In quel gran casino dove arriva a soccorrermi un mio collega pilota, mi chiama il direttore operazioni volo. “Sono fiducioso. La buona riuscita del volo dipende da te, grazie”. Che problema c’è, penso? Basta coordinare un equipaggio allo sbaraglio, una ventina di poliziotti, una decina di immigrati clandestini ed arrivare in Africa.

In qualche modo decolliamo ed arriviamo a Bergamo in ferry (senza passeggeri).  L’aereo è piccolo e tenuto molto bene, la signora Fokker si dimostra molto gentile e parla anche un pochino di italiano. “Io vorrei se tu vuole provare annuncio di bordo in tua lingua che me piace tanto.” Ok. Va tutto bene durante le prove, tranne quando dice “per strozzare vostro giubbetto, tirare le maniglia rossa.” Le spiego che il giubbetto si gonfia e non si strozza, a meno che tu non sia talmente incazzata da dover trovare una valvola di sfogo.

Dopo una notte in Hotel, inizia la nostra giornata di lavoro.

Imbarchiamo i soliti poliziotti e i DEPO, che sono già arrabbiati di prima mattina. La foca fa servizio in cabina da sola, devo dire che è impeccabile ed ogni volta che mi offro di aiutarla mi dice “NO, tu riposa!” ma alla fine mentre sta nel piccolo galley a sistemarsi le cose mi becca fare un clear-in.

L’aereo arriva in Africa verso l’ora di pranzo. Atterriamo e un trolley finisce in cabina, percorrendo mezzo corridoio. La foca sorride e  fa l’annuncio, io inizio a sudare freddo, mi slaccio e lo riporto nel galley.

Mi vergogno a dirle che i latch esistono per un motivo, lei vola da sicuramente più anni di me e non sono la tipa da fare cazziatoni. Ma se sono molto friendly sull’aspetto commerciale, sulla sicurezza sono una depressa isterica. Voglio che tutto sia perfetto! Che cavolo, io amo la vita e non l’aereo in vite! Sia chiaro.

Il momento è delicato. Arriva la rampa solita che mi dice: “Io parla Italiano! Io stata Italia anni fa, ora io vive qui, vita di merda però io ha lavoro!” Le rispondo sorridendo che mi ricordo di lei e che siamo pronti a sbarcare (oggi parlare italiano per gli stranieri è molto gettonato). In realtà non vedo l’ora che scendano tutti, l’aria è pesante, tutti mi fanno domande e io mi sento sola e stanca. E sto sudando come una capra ai Caraibi.

Il ritorno dei voli DEPO è una specie di volo pulmino vacanza. I poliziotti sono felici di aver svolto bene il proprio lavoro, si complimentano che tutto è andato bene e ora si rilassano sui sedili ridendo e scherzando. E mangiando tutto quello che trovano.

Quando atterriamo ricevo un sms. E’ di mio padre. Il mio cane, dopo 14 anni di vita felice, “è partito per il lungo viaggio”. Rimango paralizzata sul jumpseat. Lui, un bellissimo collie conosciuto da tutti per la sua fame e la sua simpatia, oggi ha smesso di respirare e la sua anima è volata nel paradiso dei cani, o così mi piace pensare.

Non resisto. La signora Fokker apre la porta, le dico con le lacrime agli occhi di sbarcare e io scendo, nascondendomi sotto l’ala. Piango a fontana senza ritegno, non posso controllare questo dolore. Provo ad asciugare le lacrime ed essere professionale, ma è inutile. I poliziotti se ne vanno, l’assistente di volo mi porta  giù la valigia e con un abbraccio mi dice: “mi dispiace, cerca ora di riposare”.

Saluto l’equipaggio che se ne ritorna a casa e io salgo sul Cobus. All’uscita dopo gli arrivi, trovo un signore col cartello col mio nome che mi porterà in hotel, ma io sto ancora piangendo e mi vergogno, quindi lo evito e vado in bagno.

In quel bagno ho pianto e singhiozzato per quasi un’ora. Ero completamente sola, in una città che non era la mia e l’unico aiuto che potevo ricevere erano parole di conforto dai miei due migliori amici che per telefono mi ripetevano parole dolci. Non era per l’evento in sé, era per il quando. Il mio cane se ne andava e io dov’ero? In volo. Il mio nonno era ricoverato in oncologia e io dove mi trovavo? In aereo. All’estero. Ovunque tranne dove dovevo essere. Mi sentivo morire dentro. Per seguire la mia passione ho dovuto fare delle rinunce. Alcune di queste rinunce mi hanno aperto una grande ferita nel cuore.

Quella sera, mangiai sola in albergo un risotto scongelato sfogliando una rivista trovata nella hall, e il giorno dopo passai la giornata ad aspettare il volo di posizionamento per rientrare a Roma. Ovviamente prima delle 18 non c’era un posto libero.  Per non pensare all’accaduto e per non annegare nelle mie lacrime, lasciai l’hotel e me ne andai all’Orio Center: il centro commerciale di fronte all’aeroporto che grazie al cielo esiste per le povere assistenti di volo sole che devono distrarre la mente. Con al seguito la mia valigia entro in ascensore. Un tizio al mio fianco mi guarda ed esclama: ” Lei è una hostess! ” Perché cazzo mi sono messa l’uniforme, porca miseria? Penso. Poi mi viene in mente che l’ho messa perché il pigiamino non è una buona alternativa per andare in giro. ” Sì, proprio così! ” Esclamo con un discutibile entusiasmo. Mentre lui mi osserva penso: ma io ho i jeans qui? Mi cambio? Ma poi volo con la Ryan e devo ficcare la borsa nella valigia, no no no, se per qualsiasi sfiga di motivo me la mettono in stiva, io non posso rischiare di perdere l’uniforme e…

“Ma quindi lei lavora per il CREW!” E’ ancora il tizio che mi sta parlando, che esprime questa affermazione dopo aver ammirato la targhetta della mia valigia. Mi viene da ridergli in faccia. “Si, esattamente. Per il CREW. Lavoro per loro, grande compagnia.” Mi trattengo dallo scoppiare a ridere.  “Siete in tantissimi che lavorate per questo CREW. Vi vedo sempre in giro qui”.  “Ehgià!” E me ne vado.

crew

Quel tizio strampalato non lo dimenticherò mai! Era un sorriso in un momento di tempesta. Anche realizzando i propri sogni, a volte ci sono momenti difficili. I classici alti e bassi, i momenti NO, le giornate di merda insomma, ed ogni scelta porta a delle incognite e rinunce. Ma come disse lui, io lavoravo per il CREW. Aveva ragione. Io ero comunque una persona che ha trovato nel suo lavoro, una filosofia di vita ed una passione senza confini. Per non parlare dei miei colleghi, la mia famiglia.

Ha detto niente!

maditerraodivolo

Ciao, sono Giulietta! Assistente di Volo e Blogger, amo scrivere della mia professione ed aiutare le persone a far decollare la propria carriera in questo meraviglioso mondo chiamato Aviazione!

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