Vita da Hostess. Diario di una capocabina malinconica.

Ti svegli a mezzogiorno avvolta nel piumoncino di casa.

Scendi le scale, entri in cucina e vedi i genitori che pranzano e ti guardano storti.

Ti fai un caffè con la moka e lo bevi accompagnato da pane e prosciutto, sorseggiandolo lentamente e controllando la posta aziendale dal cellulare.

I genitori, ti guardano sempre più storti.

Sai già cosa stanno pensando, perchè lo vedi dai loro sguardi. Ti vogliono bene e accettano le tue scelte, ma non riescono a concepire il tuo stile di vita.

Risali in camera e una volta acceso il pc inizi il giro delle telefonate / mail / ricerche su google con i tuoi migliori amici che stanno a 500 chilometri da casa tua. La tecnologia e l’affetto annullano le distanze.

Alle 19 monti di turno su un’ambulanza come soccorritore volontario, perchè la tua giornata era di rest/off/riposo e non riesci a startene con le mani in mano.

Alle 2 di notte ti chiamano per un arresto cardiaco e mentre il defibrillatore scarica pensi a quanto siamo fragili noi esseri viventi e ti domandi perché l’uomo con cui  sogni di passare tutta la vita se ne sta forse insieme a un’altra persona e sta forse lasciando la compagnia aerea dove per più un anno ci hai lavorato insieme condividendo non solo momenti ed esperienze emozionanti, ma unicità. Vive a 1200 chilometri da casa tua, in un altro stato e ci sei cresciuta con questa idea della lontananza.

La tecnologia e l’affetto annullano le distanze, ma se manca una delle due componenti, la distanza diventa insormontabile.

Il giorno seguente, dopo aver passato la mattina dormendo e ricominciato la sequenza caffè/genitori, prepari la valigia.

Odi preparare la valigia, ti secchi a stirare l’uniforme in modo impeccabile, ma quella pieghina sul foulard proprio non la tolleri, e ci perdi almeno 20 minuti.

Carichi tutto in auto e parti.

Guidi 400 chilometri, includi nel tuo viaggio una sosta in autogrill, durante il viaggio parli da sola, ascolti la musica, telefoni agli amici.

Giunta a destinazione incontri finalmente gli amici. Il tuo equipaggio.

Prima di andare al solito pub, vai in aeroporto e sistemi il catering, mentre il tuo amico aggiorna le cartine dell’aeroplano.

L’indomani la sveglia suona all’alba;  indossi l’uniforme che nel frattempo, causa trasporto, si è già in qualche modo stropicciata.

Quando finalmente i passeggeri sono a bordo chiudi la porta, togli la giacca, prendi fiato, fai gli annunci di benvenuto/chiusura porte/interferenze/demo.

Dopo il decollo e dopo aver fatto il servizio, ti infili nel galley in solitudine e ti prepari un caffè.

Ne porti uno anche ai piloti, con qualche dolcetto e perchè no, delle caramelline colorate.

La sensazione che ti scorre nelle vene è di solitudine, ma percepisci anche una grande serenità a startene lì, in piedi sopra le nuvole.

Ti senti nel posto giusto e nel momento giusto. Perché l’aeroplano è capace di rendere indefinito lo spazio-tempo e ti introduce in una dimensione irreale vicina a quella dei sogni.

Quando arrivi in Hotel, sai che la doccia ti regalerà altre due/tre ore di autonomia, e che coprirà i segni della stanchezza fisica tipica di noi hostess.

Attraversi la città sconosciuta dove ti trovi come se ci vivessi da sempre.

Ceni al ristorante e sei felice di stare seduta finalmente in relax, chiaccherando piacevolmente con i piloti.

Dopo cena passeggi, e dopo la passeggiata torni in camera tua.

Sprofondi nel letto, magari leggi un libro, magari nemmeno hai le forze di struccarti e infilarti il pigiama.

Ripensi sempre a un anno prima, quando in quelle notti trovavi sempre le forze di fare l’amore con il tuo uomo, e la mattina ti svegliavi con quella meravigliosa certezza di sentirti a casa, anche se in un albergo e lontano dall’Italia. Contempli il ricordo del piacere intimo generato dal sonno insieme. Il silenzio e un fascio di luce che penetrava dalla tenda a illuminare i lineamenti di un viso che pareva esanime eppure così incantevole.

Il giorno seguente voli verso un’altra città. Quello dopo ancora.

Dopo cinque giorni e dopo una valigia che contiene solo abiti sporchi, finisci la tua rotazione.

Ripercorri i 400 chilometri che ti riportano a casa dei genitori.

L’indomani, col fisico a pezzi, ti alzi all’ora di pranzo, inciampi nella valigia che la notte prima nemmeno hai disfatto, scendi a colazione. I genitori chiaccherano sempre delle solite, come se non si fossero mai spostati da quella tavola.

Tu nel frattempo hai visto 4 città in tre stati diversi, hai incontrato e parlato con circa 100 persone, hai percorso migliaia di chilometri, hai percepito sulla tua pelle tanissime emozioni.

Loro non ti capiranno mai. E tu non capirai mai loro.

maditerraodivolo

Ciao, sono Giulietta! Assistente di Volo e Blogger, amo scrivere della mia professione ed aiutare le persone a far decollare la propria carriera in questo meraviglioso mondo chiamato Aviazione!

5 Comments
      1. Ciao, hai perfettamente ragione. Tuttavia a seguito di un anno costellato da imprevisti più o meno piacevoli, la mia vita si è momentaneamente ristabilizzata qui, tra le vecchie mura della casa dove sono cresciuta.
        In difesa 🙂 aggiungo che la tipologia dei voli che faccio mi da l’opportunità di gestirmi i miei viaggi in tutta comodità.
        Infine, se hai da propormi qualche casa in affitto a prezzi ragionevoli, potrei valutare l’opzione.
        Un saluto.
        G.inthesky

    1. Rifarmi una vita.. già, quanto ho riflettuto sulla tua frase, amico anonimo.. ma io non sento il bisogno di rifarmi una vita, la amo già così com’è con i suoi sogni, le cadute e le certezze.

      “Un vero amore è come un fuoco a fiamma perenne: una fiamma che si eleva al cielo e non si spegne mai, qualunque sia il vento che le passa accanto.”
      Liala, Passione lontana, 1956

      G.inthesky

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