Due voli diversi sullo stesso aereo! I racconti di Francesco

Per svariati anni ho lavorato presso un’azienda in cui erano previste frequente trasferte. Al rientro in sede capitava di scambiare opinioni con i colleghi in merito al viaggio in aereo: si parlava di ritardi, corse in extremis per non perdere il volo e aneddoti a bordo.

Il mio collega di scrivania raccontava costantemente di trasvolate cariche di tensioni, con continui scuotimenti del velivolo, atterraggi caratterizzati da forte vento, vibrazioni alla fusoliera, rumori di ogni tipo. Era proprio una sua costante. Anche in situazioni di meteo pienamente sereno lui parlava di scossoni, spostamenti improvvisi dell’aereo e robe simili. Sembrava davvero che i peggiori voli capitassero a lui. Quando chiamava in sede per avvisare del suo rientro, lo tranquillizzavamo dicendogli che avrebbe volato bene e che il meteo era buono un po’ ovunque, ma al giorno successivo i suoi racconti si sintetizzavano immancabilmente in «un volo da paura».

Male passenger crossing fingers while plane takes off

Passarono anni così; per lui non c’era un volo che si rivelasse sereno. Poi capii. Accadde che tornammo insieme da una trasferta e che ci vennero assegnati due posti vicini.

Salito a bordo, io aprii subito una rivista alla ricerca di un articolo che m’interessava. Lui invece non diceva una parola e guardava nervosamente fuori dal finestrino. Al momento del decollo, mentre io pensavo ad appisolarmi, lui era una sorta di blocco di granito, con le mani che stritolavano i poggia braccio, gli occhi sbarrati, i denti serrati.

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Tutto il viaggio fu un continuo «Cos’è stato quel rumore?…Ma perché ci spostiamo così velocemente?…Non stiamo scendendo troppo in fretta?…Perché la hostess corre e ha gli occhi strani?…I piloti sono due, vero?…È mai successo che un aereo sia atterrato in autostrada?…Ma non potevano metterci vicino le uscite d’emergenza?…»Suggerirgli parole tranquillizzanti non servì a nulla se non a ricevere in risposta una serie di rigidi «Lo so, però…». Quel viaggio fu davvero buffo. In fase di atterraggio il mio collega, a pochi istanti dal contatto con la pista, chiuse forte gli occhi e li riaprì solo dopo il tipico bump dei carrelli sull’asfalto. E via ad un fiume di «Ma perché così forte?…Ma riesce a frenare?…Cosa c’è dopo la pista?…»

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Il giorno dopo i colleghi ci chiesero, fra le varie faccende di lavoro, com’era andato il volo. Io risposi che, nonostante fossimo sul medesimo aereo e in posti affiancati, il mio volo era stato tranquillo e sereno, quella di Marcello era invece stata una traversata terribile, in cui mancava solo l’assalto dei pirati! C’era un’ampia confidenza e potevo permettermi queste battute ma ricordo perfettamente che alla prima pausa caffè della giornata, Marcello si rifiutò di venire e aggiunse:

«Andate, andate!… Dovrebbe capitare a voi un volo come quelli che capitano sempre a me!»

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