Un aereo fermo allo stop! I racconti di Francesco

Niente corridoio né finestrino: stavolta il punto di vista è l’abitacolo della mia auto. Era una sera d’estate, l’atmosfera in macchina aveva un’impronta allegra. Dovevo giungere ad una cerimonia attraverso buie strade di provincia che conoscevo poco. Ovvio quindi che fossi particolarmente attento alle indicazioni (i navigatori satellitari non erano diffusi come adesso) e ad ogni segnale stradale che mi confermasse di essere nella direzione giusta. D’un tratto…una frazione di secondo, un attimo, un infinitesimo di tempo sufficiente però a provare paura, smarrimento…Avete presente quei ragionamenti che passano velocissimi nella mente? Il tempo di un battito di ciglia in cui il cervello si affolla di una miriade di considerazioni, pensieri, domande…In prossimità di una rotatoria, alla mia sinistra, ad attendere diligentemente vicino al segnale di stop c’è un aereo!…Un aereo con le luci della cabina tutte accese, proprio come nella tipica operatività di un jet di linea. È davvero un attimo, un istante di panico: pesto sul freno e in una frazione di secondo mi chiedo se sono finito nella pista di un aeroporto senza accorgermene, avendo superato – non si sa bene in quale modo – ogni sorta di recinzione. Chissà che fra un istante la mia auto non venga crivellata di colpi sparati dagli addetti alla sicurezza! O che io non debba scendere con le mani in alto e tanti fari puntati addosso! Ma una cellula della mia mente, nel medesimo attimo, mi dice che non ci sono aeroporti in quella zona! Allora immagino che si tratti di un clamoroso atterraggio d’emergenza, simile a ciò che la fantasia cinematografica ha più volte concepito mostrando mastodontici Boeing scendere sulle carreggiate di un’autostrada chiusa al traffico in fretta e furia da increduli poliziotti che guardano all’insù con espressione sgomenta mentre sul loro viso si disegna una gigantesca ombra con due ali!…E allora, se di questo si tratta, è il caso che mi fermi, che dia una mano d’aiuto a persone che magari non sanno neppure dove si trovano adesso, che forse hanno bisogno di assistenza, che sono ferite! E se invece quel jet non risponde più ad alcun comando e fra un attimo si metterà in movimento travolgendomi nella mia auto? Domani sarò in prima pagina con la foto della mia auto carbonizzata! Credetemi, tutto ciò, nonostante appaia come un lunghissimo ragionamento, è durato uno schiocco di dita; la pestata sul pedale del freno c’è stata, ma s’è conclusa ben prima che la macchina iniziasse davvero a rallentare. Giusto il tempo, quello sì, di sentire il cuore schizzare in gola…E poi di cosa mi accorgo? Si tratta di un ristorante!…Un ristorante che un imprenditore ha creato nel corpo di un DC-9, piazzandolo su un’area aperta al pubblico e creando così un’originale attrattiva. Ma io, davvero, ricordo ancora lo spavento provato!

E qualcosa di simile, seppur in maniera meno intensa perché alcuni amici avevano provveduto a mettermene al corrente, mi è accaduto in tempi più recenti. Percorrendo in moto una strada provinciale, al di là della siepe di un terreno incolto sorge la maestosa sagoma di un Caravelle del 1970.

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È lì da anni, ancora superbo nei colori della compagnia aerea che lo ha impiegato per ultima, giunto attraverso un trasporto eccezionale dall’aeroporto di dismissione al campo di un appassionato che voleva farne una singolare gelateria. Era tutto pronto, si era già iniziato a costruire l’adiacente struttura in cemento armato per la preparazione artigianale del gelato. Ma quando ogni dettaglio sembrava in regola per programmare l’inaugurazione del curioso esercizio gastronomico, un ostacolo burocratico si mette di trasverso fra l’idea imprenditoriale e i bolli sulle carte. E così il Caravelle – che desiderava avere ancora tanta gente attorno a sé – non ha accolto più nessuno a bordo.

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