Nonostante tutto (dedicato ai miei amici di volo)

Pur avendo amato ogni decollo della mia vita molti voli li ho scordati, cancellati dalla routine e dal tempo. Altri invece li ricordo come fosse passato solo un giorno.
Come quella volta in volo per una missione umanitaria.

(chiedo in anticipo scusa per la qualità delle foto, all’epoca avevo un cellulare da rottamare e la reflex.. beh ovviamente dimenticata a casa!)

Era primavera e la vecchia compagnia aerea iniziava a dare segni di cedimento. Lo stipendio non arrivava più e al suo posto vi era una carta di credito sull’aereo da usare solo per le spese necessarie: tasse aeroportuali, carburante, taxi e hotel. Qualche panino, forse.
Atterrammo in Francia un giorno e ci bloccarono l’aeroplano. La polizia salì con delle carte e non ebbi il tempo di rendermi conto neanche di ciò che stava accadendo che un tizio mi disse che avevamo 5 minuti di tempo per lasciare l’aereo! Avevo appena lasciato l’università per poter lavorare su quell’aereo, decisione presa dopo un anno di dubbi. Dopo trenta minuti ero in un hotel stupendo ma era solo come essere in una prigione d’oro. Nella stanza accanto alla mia c’era il comandante. All’epoca era senza dubbio una persona che amavo ma con cui avevo una relazione turbolenta (per stare in tema) e mi scriveva di continuo su whatsapp che avrebbe lasciato la compagnia il prima possibile. Oggi con il verbo lasciare ho qualche disturbo grave e decisamente fare questo lavoro non rende le cose facili. Detesto gli addii e gli abbandoni, dagli animali fino alle compagnie aeree.

Nell’altra stanza il copilota mi scriveva su whatsapp che aveva fame , e così quella sera finimmo per cenare e poi andammo tutti subito a letto.

Non sapevo che avrei fatto il giorno dopo.
Non sapevo che avrei fatto della mia carriera se tutto fosse finito.
Non sapevo se avrei volato ancora.
Non sapevo un cazzo.

Hall dell'hotel. Carina vero?
Hall dell’hotel. Carina vero?

La mia vita finiva lì in quella vetrata che dalla mia camera mi regalava la vista delle montagne e di un casinò. Ci appoggiavo il naso e facevo il vapore intorno. Poi mi ci arrampicavo addosso e accendevo una sigaretta facendo uscire il fumo dall’unico spiraglio disponibile.
Il giorno dopo schierarono una flotta di avvocati. Per tre giorni interi passammo il tempo rifacendo e disfacendo le valigie. Tentammo di partire ogni giorno, ma ogni volta ci bloccavano. Poi, una mattina ottenemmo il foglio che ci diede la libertà. Al decollo mi appoggiai al finestrino e feci il dito medio a quell’aeroporto.

Tre giorni di attesa. Si va o non si va? Nel frattempo ci abbuffiamo.
Tre giorni di attesa. Si va o non si va? Nel frattempo ci abbuffiamo.

Vi sta bene, pensai. Razza di insensibili. Una questione di debiti. I soldi ci massacrano il cuore. Ma noi eravamo ancora li.
Giusto in tempo per atterrare nel nord Africa, pronti per un nuovo volo.
Fu una soddisfazione arrivare a Tripoli. Un taxi ci condusse all’hotel, un posto buio e con le sbarre che si chiudevano dopo il passaggio. Poi sentimmo degli spari.
“Sono fuochi d’artificio?” domandai io, campionessa in figure di merda.
“No Giulietta, no. Questo posto è sicuro ma non credo che potremo uscire da qui” mi rispose il comandante.
La sera, reclusi in quell’hotel, un ragazzo in motorino consegnò per noi pollo riso e patatine, che consumammo in un tavolino nella hall. Il copilota doveva stampare i piani di volo e l’hotel aveva una stampante, ma era senza cartucce.
“Utile come un aereo senza ali!” disse rassegnato, quando un tizio si presentò dalla reception e annunciò:
“vieni con me, a casa del mio amico: lì potrai stampare!”
“se non torno entro un’ora chiamate l’ambasciata” rispose senza ironia e ci salutò spaventato.
Io e il comandante finimmo il pollo.

Lo guardai.

“Lo sai, sembra un film” gli dissi “fino a ieri eravamo bloccati e quasi senza speranze, invece  nemmeno 24 ore ed eccoci qui ancora” dissi masticando una patatina “e anche quella volta che pareva tutto finito noi siamo andati avanti!” continuai stupita.
“È proprio quando si crede che sia tutto finito,
che tutto comincia…” replicò lui bevendo la sua coca e accendendo l’Ipad.
“…ma io me ne andrò comunque Giulietta mia”
“ora si che ti riconosco” gli rinfacciai, e sbuffando aspettai in silenzio il ritorno del nostro amico. Tornò dopo mezzora e dietro di lui richiusero tutte le grate con mille lucchetti.

La fantastica cena d'asporto Libica!
La fantastica cena d’asporto Libica!

Andai a letto. La mia camera era lugubre, in legno e con una finestra piccolissima, moquette marrone e una vecchia tv. Mi lanciai sul letto matrimoniale con tuffo, ma a mio malgrado atterrai su una specie di letto duro come una tavola spinale usata per i traumi con un mini materasso sopra. Al diavolo.
Misi la sveglia: 4:00
Erano le 23 passate.
Alle 4 ero già in doccia  lamentandomi per un gran male alla schiena e alle 4:30 arrivai nella hall dell’hotel trovando solo un omone baffuto che dormiva russando sul divanetto e la luce spenta.
Poco dopo scesero anche i due piloti e svegliammo il tipo, che ci rimosse i lucchetti dalla porta e ci accompagnò al taxi. In aeroporto ci scortarono per svariati corridoi riservati al personale e passammo i controlli salutando le guardie che erano impegnate a scacciare una gallina comparsa da non so dove.
Una volta a bordo preparai un caffè e diedi una sistemata alla cabina.
Il comandante mi consegnò il briefing dicendomi che non sapeva se avremmo trovato la pista di atterraggio al luogo di destinazione.
“Che significa che non sai se troviamo la pista, cos’è, una specie di lotteria? Il primo premio è una pista di atterraggio!”
“è che è segnata solo sulla cartina e non è presente nel database dell’FMS, voleremo a vista e se non la troviamo abbiamo tutto il carburante per tornare indietro. Atterreremo in mezzo al deserto vicino a un’oasi Giulietta, don’t worry e no te preocupes de nada!”
“ho capito” risposi.
Parlare tre lingue in una frase era una nostra prerogativa.
Mi preparai un secondo caffè. Che avrei detto ai passeggeri se non avessimo trovato quella pista? Pensai.
“Gentili passeggeri, oggi non è la vostra giornata fortunata, non abbiamo trovato dove atterrare, ritentate un’altra volta. In ogni caso spero abbiate apprezzato la gita sul deserto e la vista panoramica di dune e cammelli.
BZBZBZ –interferenza- arrivederci.”
Arrivarono e salirono a bordo. Erano 28 in tutto e venivano da tutto il mondo: Giappone, Stati Uniti, Brasile, Australia. Erano rappresentanti del programma alimentare mondiale delle Nazioni Unite.
Io ero la loro assistente di volo.
Inutile a dirlo, erano passeggeri davvero gradevoli.
Servii loro caffè, bibite e biscottini.

Dopo aver rimesso in ordine e aver scambiato due chiacchere, l’aereo sobbalzò.
Diedi un’occhiata fuori e vidi come una marea di brillantini dorati sparsi tutti intorno all’aereo.
Una tempesta di sabbia?
Mi sembrava la pubblicità dell’amaro dove recuperano il vaso antico. Dovremmo girarlo noi quello spot.
Mi affacciai in cabina
“Beh?”
“Non è niente, ora passa”
Infatti se ne andò dopo pochi minuti.

Ecco la vista una volta passata la tempesta di sabbia!
Ecco la vista una volta passata la tempesta di sabbia!

Il comandante mi richiamò mentre sentii l’aereo iniziare la discesa
“L’abbiamo già vista la pista, non è stato nemmeno divertente. La vedi? Laggiù, quella cosina grigia!”
“Io vedo solo sabbia, ma se lo dite voi, preparo la cabina per l’atterraggio”
Feci l’annuncio e i dovuti controlli, poi mi misi a sedere sul mio strapuntino, che è attaccato alla porta della cabina di pilotaggio.
L’aereo fece suonare tutti gli allarmi possibili ed immaginabili. Too low terrain! Pull up! Pull up!
Prima di chiedermi perché mai l’aereo sosteneva che ci stessimo schiantando, mi ricordai che secondo lui quella pista non esisteva.
Invece esisteva eccome e ci atterrammo senza problemi.
I nostri ospiti partirono per la loro missione e noi fummo scortati dalla polizia su due auto separate per vari chilometri di dune fino a raggiungere un hotel.

Traffico: un problema che non li riguarda!
Traffico: un problema che non li riguarda!

Un hotel!
Dopo averci offerto un caffè e un quotidiano scritto in arabo, i gentilissimi dipendenti ci portarono alle camere.
Era un edificio enorme in mezzo al deserto, dipinto di bianco con soffitti alti sostenuti da imponenti colonne di marmo. Per terra, nemmeno a dirlo, l’odiatissima moquette rossa.
E c’era puzza di muffa.

Vista dall'ingresso dell'albergo
Vista dall’ingresso dell’albergo

La mia stanza aveva una vecchia tv, un letto matrimoniale scassato con lenzuola maleodoranti e un bagno con la doccia.
Evviva! Mi sarei lavata. Avevo sabbia fino nei capelli per non dire peggio.
Dopo aver pregato un addetto in tutte le lingue per avere la carta igienica (che mancava) mi preparai per la doccia. Ciabattine, docciaschiuma.. e bussarono.
Mi rivestii.
Aprii la porta e mi consegnarono un rotolo.
Ringraziai in arabo (so dire solo quello)
Mi ripreparai per la doccia e finalmente aprii l’acqua. Ma scendeva marrone.
Aspettai un pochino.
Ora era rossa.
Al diavolo, io mi lavo lo stesso, pensai.
Solo più tardi scoprii di essere stata l’unica coraggiosa.
Dopo la doccia, tirai il grosso tendone per ripararmi dal sole e mi coricai sul letto, godendomi un silenzio surreale.
Bussarono ancora.
Mi rivestii per la terza volta.
Era il mio comandante.
“Che succede?”
“Giulietta, mi hanno detto che alle 14 ci sarà un pranzo per noi e per dei militari, per loro è un evento speciale perché non sono abituati ad avere ospiti e dobbiamo partecipare, perciò punta la sveglia e fatti trovare pronta!”
Dopo avergli sbadigliato in faccia ed averlo ringraziato, ritolsi i vestiti e tornai a letto.
Più o meno c’erano 35 gradi.
Finalmente avevo quasi 4 ore per riposare.
E bussarono un’altra cavolo di volta.
Santo Dio che c’è adesso!
Indovinate un po’? Mi rivestii.
Meno male che il cellulare era senza campo.
Aprii la porta e un addetto dell’hotel mi parlò in arabo, facendo cenno di portarsi del cibo alla bocca.
“Si, lo so! Il pranzo, mi hanno avvertita, grazie” dissi in inglese.
“No, breakfast! Now!”
“Now? Ma sono le 10 e io ho già fatto colazione!”
Mi aspettavo mi dicesse: tu mangia quando dico io, donna viziata di Europa!
Comunque non ci fu modo di contrattare e scesi a colazione. Mi vergognavo a dirgli di no. In mezzo a un posto dove la gente muore di fame io non me la sentivo di rifiutare il loro cibo.
La colazione poi fu ottima e la loro compagnia piacevole. Perché ovviamente, mangiarono insieme a me e ai miei colleghi, trascinati anche loro via dal letto. Festa!
Dopo il banchetto mi rimasero 3 ore e 10 minuti per dormire. Mi addormentai vestita.
Al mio risveglio mi unii al pranzo con ancora la colazione che cercava la sua via nel mio stomaco e mangiai cose sconosciute ma di sapore gradevole abbinandole al riso.
Ero l’unica donna in una sala gigantesca piena di militari del posto e forse ero la prima donna bionda che vedevano nella loro vita.
Il mio comandante ogni tanto mi guardava e mi tolse in tempo di mano la banana che stavo per addentare dicendomi che era sicuramente fuori luogo in mezzo a tutti quegli uomini.
Ve l’ho detto, sono la campionessa delle figure di merda.
Alle 16 ci chiamarono per ripartire. Saremmo tornati a Tripoli prima di notte.
Lasciandoci l’hotel del deserto alle spalle, tornammo all’aereo e trovammo un carico immenso di scatole di datteri.
Passai trenta minuti a stivare datteri. Riempii tutte le cappelliere. Trecento scatole.
Quando i passeggeri tornarono, mi dissero che avevano terminato positivamente le loro pratiche ma avrebbero avuto necessità di tornare ancora.
Rientrammo a Tripoli e ci salutammo, poi proseguimmo soli in Italia. L’aereo vuoto, il rumore dei motori, io che pulivo i sedili e riordinavo mentre sotto di noi scorrevano paesaggi e sopra di noi le stelle brillavano come non mai. Ero felice di potermi occupare dell’aereo che pochi giorni prima avevano cercato di portarci via, insieme a tutti i nostri sogni e speranze.

Il nostro solitario rientro in Italia
Il nostro solitario rientro in Italia

Quando arrivammo in Italia riposammo in un albergo e incontrammo i nostri colleghi perché il giorno dopo loro avrebbero proseguito per un’altra avventura.
Abbracciai Engi, la mia amica e poi tutti gli altri. Eravamo felici di essere lì tutti insieme dopo il casino accaduto in Francia.
“Ce la faremo, vedrai” mi disse Engi.

In realtà poi, a distanza di un anno le nostre avventure con quell’aereo finirono, il comandante se ne andò davvero e il tempo cucì piano piano le ferite di quell’amore zoppicante.
La vita è davvero fatta di alti e bassi e nella vita di una hostess sembrano più i saliscendi delle montagne russe. Un giorno sei lassù con le persone che ami e il giorno dopo devi dirgli addio. E’ così. Fortunatamente, c’è qualcosa, come una forza misteriosa che nonostante la distanza e il tempo ci tiene tutti legati e ci fa rincontrare nei modi più impensabili nonostante tutto.

 

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maditerraodivolo

Ciao, sono Giulietta! Assistente di Volo, Blogger e Travel Vlogger, amo scrivere della mia professione, aiutare le persone a far decollare la propria carriera come Assistente di Volo e creo video delle mie avventure di viaggio. Amo la Thailandia, i gatti e collezionare momenti di vita incredibili!